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Questa casa pullula (o anche: vieni a scoprire il mondo dei cinici zoofili)

Tutto è cominciato con dei minuscoli, innoqui moschini. Ronzicchiavano intorno volteggiando nel cono di luce sopra il tavolo. Di quelli piccoli, che ti si posano sulle braccia come un soffio o un solletichino e tu SCIAF a darti manate e poi ti resta la sensazione che ti si posino in continuazione quando invece sono lì sulla parete che fischiettano.
Li guardi –immobili. Ti rivolti sul computer-ronzano. Li guardi – immobili. Ti volti – ronzano. Li sento, gli stronzi

Che mortorio, che si fa?

Oh raga, basta cazzeggiare, c’è un rave sotto il tasto O

Sìììì

E tutti lì a infilarsi dentro la mia tastiera. Ma fin qui l’ho tollerato.
Poi c’è stato un rumore di inquivocabile raspamento
Ed era una vespa grossa come il pollice di un regbista, probabilemte orgogliosa memore dei sui antenati orsi bruni perché si stava palesemente grattando  la schiena contro la lampadina, scivolando di tanto in tanto e facendo stonk contro il metallo del paralume, peraltro distarendomi alquanto dal discorso che stavo intrattenendo e facendomi perdere continuamente il filo. Colpo di mano alla lampada, la vespa va sul muro. Mi cade l’occhio su un oggetto particolarmente sacrificabile e questo è il risultato.sì, è proprio un barattolo di yogurt schocciato alla parete

Dal  bordo del barattolo un salsicciotto di activia muesli dai toni giallicci si impasta con lo scotch, disagio sopportabilissimo in confronto al peso del primo pensiero istantaneo “meeerda e adesso sono costretta a stare qui a tenere sto barattolo per sempre”.

Poi?

Silenzio. Oserei dire sbigottito.

Ma la bestia ri-inizia ad agitarsi, e sento che a intervalli di 5 o 6 secondi sbatte sulle pareti. A questo punto ecco che mi fotte l’animo da giovane marmotta,
con quel cuore tenero del cazzo, e poverina, soffre, la devo liberare e poi che fa? Aspetterà l’apertura del sarcofago e mi colpirà a morte oppure vedrà in me la sua salvatrice e mi resterà fedele compagna tutta la vita? E perché non costruire una luce faro fuori dalla finestra, di modo che appena esce riconosce il cammino di salvezza verso un mondo di suoi simili? Mi convinco e decido di liberarla.  Ma non con la luce-faro, con carta tra muro e barattolo e accertarsi bene che la stronza non aspetti altro che un varco libero per uccidermi. Ho la stessa sensazione di tenere in mano una molotov accesa, così nel dubbio do anche una bella shakerata al barattolo, lo poggio sul davanzale, stappo e mi sigillo in casa. Credo di aver sentito, mentre usciva dal barattolo, rantolare un “brutta puttanaaaaaa” in un singulto strozzato.
Ecco, tutto questo non l’avrei scritto se non fosse che prima, mentre bruciavo i bastoncini findus, sento dalla finestra Giselle che mi urla dal suo patio “Ho un topo chiuso nella tazza del cesso”. Mi affaccio e praticamente il suo gatto Scherzo, pronunciato però francesisticamente  Schersù, nel tentativo di dimostrarle tutta la sua devozione e amore incondizionato, le ha porto il più bello dei regali. Un topo. Vivo. “Mi guardava. E io pure lo guardavo” E mi dice “Che faccio?” E io “Nonsaprei, ieri ho chiuso una vespa in un barattolo di yogurt scocciato alla parete, ci sono ancora le tracce, vuoi salire a vedere?” E mi dice che lo salverebbe anche ma già in casa due figli e il gatto le bastano, il topo proprio non lo può tenere. Così ha pensato bene di fargli battere il record di immersione in apnea tenendolo per la coda nell’acquetta del wc  senza pero’ sortirne alcun successo e dunque  risolvendo tutto nel migliore dei modi: abbassando la tavoletta e postponendo. Nel frattempo Max –figlio seienne- sbuca dal Velux di camera sua come un suggeritore a teatro  “Bisogna tagliarlo a fettine”.
Questa è la casa del Male, io lo dissi.

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dissero:

Oknov: No, lasciatemi! …Lasciatemi! Lasciami… Ecco cosa volevo fare!

Strjuckov e Motyl’kov: Che orrore!

Oknov: ha-ha-ha!

Motyl’kov: Ma dov’è Kozlov?

Strjuckov: Si è infrattato tra i cespugli.

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Annoda la mala donna *. Ore 23:32.

Settimane delle cause perse. Mancato a spettacoli degni di nota.

Islands, rivelazione di questa sera di raccoglimento e risoluzioni volitive. A furia di voler dimostrare a se stessi di saper essere in tempo, si viene colti dalla tipica ansia da applauso affrettato. Quell’entusiasmo da concerto nel battere le mani alla fine di un movimento, e accorgersi troppo tardi che alcune teste canute si stanno già voltando stizzite a sputazzare un « sschhhh ! ».

Mangiatore di spade. Ospite nella casa parentale e raccoglitore di premi Ig-nobel.  Ecco, questa storia degli Ig-nobel mi ha incuriosito. Cercando, è emerso che il premio é stato istituito nel 1991, ma pare che l’annata migliore risalga al 2005, quando a cinque ricercatori di varie Università di Biologia, dalla Svizzera al Giappone, è venuto in mente di annusare  131 specie di rane per controllare se il loro odore cambiasse in condizioni di stress. Li hanno eguagliati forse solo i loro colleghi chimici: nell’ Università del Minnesota hanno verificato sperimentalmente se si nuota più veloci in una piscina piena d’acqua o una di sciroppo (pare che sia lo stesso). Evidentemente tra questi scienziati gira della droga buonissima.

Il libro di Scrittore. Scrittore è bisbisnipote di Zolà. Emile. L’abbiam pigliato per il culo per mesi, e lui ci rinfaccia con un manoscritto stupendo.

Dice di scrivere come una ragazza di 26 anni.

Scrittore. Sembri un personaggio di Barry Lyndon però pelato.

E lui *SBLAM* ti sbatte lì  un gioiellino in anteprima, pagine in rosso e nero che si stropicciano in borsa e stanno diventando umidiccie.

Presenziato a spettacoli degni di nota.

Mogwai in luce blu che ti porta via. E qui la si può rivivere quasi per intero. Certo, si perdono gli effetti di raggi luminosi che si riflettono sulla pelata di chitarrista torello, creando un campo d’ombra nettissimo sopra di lui, o che si posano a intermittenza sui padiglioni auricolari di bassista (?) facendolo assomigliare terribilmente ad una decorazione natalizia. Fossi in loro prenderei il tecnico delle luci a tastierate in fronte per poi esporlo al pubblico ludibrio.

Domenica sera di foto in notturna. Sette e trenta, Champs Elysées, traffico e vetrine accese. Fare foto è in realtà un’indagine sociologica sulle reazioni passeggere di sguardi fronte ad un oggetto che solletica narcisismo o diffidenza.

Aspettate un vip?

Oh! Un palazzo! Non l’avevo mai notato.

*leggere al contrario per credere.

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segnaletica internauta

Da oggi ho iniziato a insozzare anche questo rispettabile luogo.

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Paladini dell’ipocondria

Quanto a malanni, in casa mia non c’é mai stato spazio per autocompiacimenti. Senza il minimo adito alla ricerca di cause e concause dei nostri mali, fin da piccoli siamo stati educati alla silenziosa sopportazione del dolore, basti pensare che la prima parola che dissi non fu “mamma” ma “Zenone di Cizio”. Nel corso degli anni queste pratiche si fecero particolarmente formative.

Papà, papà! Mi sono sbucciata il ginocchio!

Il ginocchio? Impugna questa lama incandescente, premila contro la ferita e dimostra d’essere un uomo.

Ma ho 5 anni e sono femmina

IMPUGNALA!

Poi un giorno ho scoperto il mondo degli ipocondriaci, che scateno’ in me quel sospettoso stupore un po’ come all’acquario di fronte alla riproduzione di due murene. Il fatto é che sono persone più o meno insospettabili, che accudiscono e nutrono con cura quel tarlo che zappa inesorabilmente sottili canalini di autocompatimento e paura nei loro cervelli. Ne ho incrociati svariati ed eventuali, passando da Mister tac_al_cervello a causa di una sensazione di contaminazione da mucca pazza,  fino ad arrivare a Monsieur mi_piace_decisamente_sentirmi_pat-pat_sulla_spalla.

Monsieur esordisce un giorno dicendo di avere l’acqua nella rotula *ma tu guarda! se ci appoggi l’orecchio senti il rumore del mare* – e te lo vedi sul divano, espressione serissima, a farsi impacchi di spinaci surgelati.

Poi un altro giorno si punge l’occhio con una foglia di oleandro (!), pianta universalmente rinomata per provocare, durante tutta la settimana a seguire, scosse elettriche lungo la colonna vertebrale.

Un’altra volta lamenta febbre a 40 e tonsille che competono con lo Zeppelin -accendendo una sigaretta col mozzicone di quella precendente, per poi inorridire con un urlo da esorcizzato di fronte ad un braccio teso che offre un pericolosissimo bicchiere di effervescente vitamina C.

Non mi resta che sedermi comodamente sul bordo del fiume e aspettare che John Rambo passi in canoa e, facendosi largo a pagaiate tra i cadaveri dei nemici, venga a salvarmi.

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Dotti consigli #2

Dalla mia ultima conversazione skype con Cristo, mi sono detta che se neanche lui conosceva la storia della ricottina siamo messi proprio male.
Raccontatela anche voi ai vostri figli, verso i 7- 8 anni. L’effetto è assicurato: a dieci anni l’avranno dimenticata, a venti se ne ricorderanno saltuariamente toccandosi _ma in modo discreto_ le palle, a quasi trenta ne capiranno finalmente la morale e vi saranno riconoscenti per la vostra premurosa anche se al momento imperscrutabile lungimiranza nel voler forgiare il loro carattere.

La storia della ricottina narra così.

*siparietto*

Una mattina di primavera, un bambinella povera povera ma ambiziosa e intraprendente fa con le sue manine una ricotta. Esce di casa e si avvia per il selciato che porta al mercato. Nelle sue mani, il piattino. Nel piattino, la ricotta.

venderò la ricotta e comprerò subito un uovo. Anzi no, una gallina, così risparmio tempo_scegliere l’uovo equivarrebbe ad una pessima scelta imprenditoriale_la gallina, dunque,  farà delle uova, che rivenderò. Poi prendo una capra. Poi una vacca. Poi dovrò allargare la fattoria. Poi

Poi non vede un sasso, si inciampa e la ricottina si sfracella al suolo.
Fine.

*siparietto*

Ora, la morale potrebbe essere non dire gatto se non l’hai nel sacco.
O anche guarda dove cazzo metti i piedi.

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un mercoledì mattina come un altro

In cantiere.

Un mastodonte meticcio tutto fisico e dredlocks sta forgiando a colpi di macete una libreria pensile di due metri per tre. È  enorme, ogni muscolo esprime sudore e forza bruta, se lo incontrassi di notte per strada credo che cercherei  la via di fuga in un tombino o in un bidone della spazzatura.

Stiamo facendo un giro di minuziosa ricognizione scrutando autisticamente ogni pertugio in cerca di sbavature da rinfacciare agli ingegneri. Vedi anche: come dare sfogo al proprio sadismo. Ci accorgiamo che la base d’appoggio su cui Mastodonte sta facendo leva è una preziosa botola al suolo attraverso la quale passano cavi elettrici e fibre ottiche.

La mia reazione spontanea *Ehm.. si, scusi.. buongiorno signor operaio.. vede, quello che lei in questo momento sta facendo non è propriamente conforme alle norme di sicurezza, e se per puro caso uno di questi fili blu dovesse danneggiarsi, beh, ecco..sarebbe un po’ un pasticcio..* viene stroncata sul nascere dalla reazione esplosiva dell’ingegnera:

“Oh ma porcuddao minchione sei sopra i miei cazzo di cavi prendi la tua libreria e levati dai coglioni due metri più in là”

Penso. Siamo spacciate. Ora Mastodonte si alzerà dalla sua posizione di discolbolo incatenato alla condizione di operaio, e strappando le catene con la forza che solo un atto di esasperata ribellione puo’ provocare, esploderà in un rutto roboante e ci urlerà che noi turisti di cantiere e le nostre cazzate possiamo andarcene affanculo e scomparire dalla faccia della terra, che fa del suo meglio, che lui è comunque un essere umano con la sua sensibilità. E a quel punto ci ucciderà a colpi di belino.

Mentre, in previsione del peggio, sono già all’interno di un cassero e mi sto colando una mano di cemento per far perdere tutte le tracce di me, Mastodonte dà una prova di vero e autentico fair-play.

Alza lo sguardo -calmo, neanche un’ombra- SORRIDE, prende i suoi attrezzi e si sposta due metri più in là.

Basita, penso che ha guadagnato tutta la mia stima. Però darei in cambio il mio elmetto blu per sapere che cosa mai abbia mangiato a colazione per avere una simile padronanza delle proprie espressioni facciali.

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