Arrivi: familiarizzare con i proprietari

Poi Gilles allungandomi il roquefort mi dice

Sai, ho capito che eri la persona giusta per abitare qui dopo che mi hai parlato della tua tesi di ricerca, sulla simbologia religiosa in architettura

Che?! no no aspetta hai capito mal

E mi sono detto che un giorno con più confidenza avremmo avuto la conversazione di due o tre ore che avremo adesso  perché -estrae rettangolo metallico scodinzolante da una cordicella attorno al collo- anche il tuo mestiere non é casuale

Uhm? Sembra una stella  ma poi che cazzo centra l’architettura col satanismo?

Massoneria

‘orcoboia ma allora quando soprannominavo mentalmente la vostra pargoletta scalciante  figlia del demonio non c’ero proprio distante

Cara, massoneria non satan

Ma certo, ora capisco! E’ lei che gestisce tutto,  la piccola stronza é il demonio!   Immagino sia troppo tardi per rivedere il contratto di tre anni che ho appena firmato, non vorrei mai trovarmela camminare a carponi sul soffitto del pianerottolo.

Rientrando *sono spiritosi, apprezzeranno sicuro* non ho potuto non spedirgli

Senonché  sta mattina al risveglio un terzo occhio onniveggente apriva le sue palpebre  in mezzo alla mia fronte, abbracciando  col suo sguardo le bianche pareti della stanza.

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partenze – atto II

La seconda tappa prevede una  parte in  “Avventurati una notte nella casa degli spiriti”.

Casa vuota, un rumore sordo e cigolii lontani. Poi silenzio e solo il risonare  di tacchi sul selciato. Ogni cosa riporta ad uno scenario di horror codificato.

L’odore dolce e presente che respirano queste pareti induce a fantasticare su una presenza, femminile e romantica.

In pratica mi sto talmente autosuggestionando che vedo il mio fiato condensarsi e ombre che giocano nei riflessi irregolari dello specchio dalla cornice, bianca come tutto il resto, posata sul camino.

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partenze – atto I

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>intervallo – parte II<

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sbabbari a domicilio

“Porché …la vida  _occhio socchiuso, alza il mento e inarca il sopraciglio, mi dico fiiico, vai che adesso ci spara una massima che ci colpirà come una folgore e abbagliati da questa nuova verità le porte della percezione ci si spalancheranno_ es una cosa …loca_’orcocazzo, cubano, che pensiero profondo _ e porché tenemos che vivir l’istante _ed é stato proprio in quel preciso istante che i miei coglioni cascando han fatto “tu-tum” sul pavimento e li ho visti rotolare fino al vaso di quello che una volta era un ficus benjamin. Insomma, ieri sera avevo i pirati in casa, bandane e tatuaggi e canotte nere come dio comanda, pensavo fosse un cliché ma invece no, i cubani bevono davvero fiumi di orribile cuba libre e ballano salsa anche sui muri, il tutto diventa fantastico se te li ritrovi al rientro dal lavoro alle otto di sera e l’indomani devi lavorare e la cosa che agognavi di più era annullarti davanti ad un film.

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una risata vi seppellirà (o anche: come sopravvivere ai tempi del lavoro brutto)

viuuleeenza

Mai avuta la sensazione di sentirsi una pentolaccia di merda appesa sopra la testa e rendersi conto all’improvviso di avere in mano una mazza chiodata che stai agitando inconsapevolmente e vorticosamente?

Questo é più o meno quello che si prova in un ambito lavorativo A.T.S.M (Alto Tasso di Scassamenti di Maroni). Tutti più o meno durante gli anni universitari abbiamo fatto  lavoretti del cazzo, e pensavi “ma  non é poi cosi’ male l’ambiente lavorativo” passando con una piroetta la bottiglia di gin al barman che la prende con la lingua e ne versa direttamente un bicchiere. Io ad esempio ho imparato a mettermi le lenti a contatto cosi’. Ora me le metto al volo lanciandole in aria e facendole compiere un doppio carpiato. Ma comunque. Finiti gli anni d’oro, sostenuta tesi e affisso l’agognato pezzo di carta nel pezzo di muro che più si merita, ossia quello sopra la tazza del cesso, puo’ capitare di entrare nel mondo del lavoro. Quello vero, quello  brutto. Il tuo entusiasmo da novizio si spegne nel momento in cui sorprendi il tuo superiore a pasteggiare con pasticconi di antidepressivi talmente grandi da spezzarli col ginocchio, nel momento in cui, dopo manciate di diottrie consumate davanti allo schermo del pc (direttamente proporzionali alle notti in bianco dedicate a finire consegne urgenti –un giorno poi bisognerà teorizzare il concetto di urgente in architettura) ti trovi a tirar fuori dalla busta di fine mese un assegno che esplode in un pianto di disperata vergogna, nel momento in cui, come se non bastasse, ti accorgi che quelli che  dovrebbero essere compari solidali stanno invece scrutando la tua schiena per studiare bene dove conficcare lo stiletto.

Passa cosi’ un anno, ora lavori con dedizione decisamente più ponderata, apri pure un blog. Ad un delizioso “perdinci mi si é bloccato autocad” sostituisci un ringhiante “Se non riparti, computer di merda,  ti violento gli ingressi usb a colpi di tastiera”.

E poi un giorno ecco la sensazione della pentolaccia. La merda é li’, sopra di te, aspetta solo un tuo passo falso. Ti senti solo con la tua ciambella, annaspante in una vasca di squali.

Qualcuno di voi si ritrova in tutto cio’?  

Bene.

TA-DAA !

Ecco, se non la soluzione, qualche consiglio proveniente da lontano. Come nuotare tra gli squali é una brillante metafora ottocentesca, scritta da un illuminato che era allo stesso tempo discendente di Voltaire e antenato di Cousteau –davero davero.

Leggete e siatemi grati in eterno.

 

 

 

 

 

 

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Oggi è uno di quei giorni in cui sembra di vivere in un’ eterna domenica.

Svegliarsi con quella lieve apprensione ricordandosi di avere impegni diversi dal solito, poter percorrere l’autunno bagnato del parco a fianco a casa, parco dalle colline rosse di generazioni sparse di foglie morte. Oggi ho un appuntamento con la burocrazia.
Ufficio imposte.

Mi avvicino all’ufficio col cuore stretto attorno alla cartellina arancione, mi sento un pentito che varca la soglia di una caserma per sfogare una confessione sincera e contrita.

Sono venuta per costituirmi.
Avete cinque minuti monsieur? Allora sedetevi e non mettetevi le mani nei capelli.
Con un po’ di pazienza le mettiamo a posto, queste fatture di un anno. Si tolga quello sguardo da chi pensa che volessi fare la solita italiana furba di fronte al fisco. Non sono venuta prima perché non sono imponibile, monsieur, guadagno troppo poco per voi francesi che vi intenerite per l’ingenuità con cui noi stranieri ci facciamo prosciugare tempo e molte molte forze.
Sì, sono qui perché voglio diventare un numero provvisorio che si trasformerà presto, spero.

A casa Sanna ha tagliato da una cartolina la parte su cui Mc Cain è disegnato gettandola simbolicamente nella spazzatura.
Obama adesso domina la cucina svettando tra i magneti del nostro frigo.
La porta di casa è sempre aperta, e il cortile è invaso di biciclette.

Ieri, a cantiere finito, raccolgo stralci di umanità girando per gli uffici e chiedendo agli impiegati nei cartoni del trasloco come ci si sente, di che hanno bisogno.

Vuole che le tolga il polistirolo dalla spalla madame?
No grazie, faccio da me. Però di lampade da tavolo ne voglio quattro. Il mio ufficio è a nord e io porto occhiali spessi.

I simbolini donnine omini e sedie a rotelle sono stati diligentemente attaccati sulle apposite porte dei cessi.
Direi che era un po’ destino finire così, mettere la ciliegina sulla mia storia di cessi. I miei affezionati cessi dagli schermi integrati, dai lavandini infiniti, blocchi d’ardesia e getti d’acqua cromoterapici. Sicura che mi mancheranno un po’.

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