Archivi categoria: oh noes!

 

“Lo scultore canadese Jean Benoit, fervido surrealista, mi invitò a trascorrere qualche giorno di vacanza in un paesino del sud della Francia, Saint Cyr la Popie. Di fronte alla sua casa c’era quella di André Breton, una costruzione in legno e pietra. Il mio amico su burlava della mia timidezza e decise di trascinarmi a casa del poeta. Fummo accolti dalla moglie la quale ci disse che non sapeva dove fosse André, ma non avrebbe tardato, potevamo aspettarlo mentre lei stava in cucina. Rimasi con Benoit, il quale, pregustando l’incontro imminente, sicuro che sarebbe stato “elettrico”, iniziò a scolarsi una bottiglia di vino. Io tremavo come una foglia. Vedere nell’intimità della sua casa il mitologico inventore del Surrealismo suscitava in me un’eccitazione nervosa, un misto di panico ed euforia. Dopo una decina di minuti venni colto dall’irresistibile stimolo di orinare. Benoit, perduto nei piaceri del vino, con un gesto confuso mi indicò la scala che portava al piano superiore. “Sulla sinistra”. Salivo le scale alla ricerca del bagno sentendomi un intruso, ma ero in preda a una grande curiosità. Arrivato al primo pianerottolo trovai sulla sinistra una portoncina di legno. L’urgenza dello stimolo mi spinse ad aprire la porta di colpo. E mi ritrovai di fronte al maestro, seduto sulla tazza, i pantaloni arrotolati fino alle caviglie, che stava defecando. Breton, con la faccia stravolta, paonazzo, lanciò un ululato tremendo come se lo stessero sgozzando. Un grido che dovette sentirsi  non solo in tutta la casa ma anche nei dintorni, perchè diversi cani si misero a latrare. Richiusi la porta e mi precipitai giù per le scale per correre in stazione a prendere l’autobus diretto a Parigi. La scena era durata qualche secondo, eppure avevo commesso il sacrilegio di vedere cagare il sublime poeta. Mi avrebbe perdonato un giorno? Nel dubbio, decisi di emigrare in Messico.”

 

A. Jodorowsky, La danza della realtà

 

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in oh noes!

Arrivi: familiarizzare con i proprietari

Poi Gilles allungandomi il roquefort mi dice

Sai, ho capito che eri la persona giusta per abitare qui dopo che mi hai parlato della tua tesi di ricerca, sulla simbologia religiosa in architettura

Che?! no no aspetta hai capito mal

E mi sono detto che un giorno con più confidenza avremmo avuto la conversazione di due o tre ore che avremo adesso  perché -estrae rettangolo metallico scodinzolante da una cordicella attorno al collo- anche il tuo mestiere non é casuale

Uhm? Sembra una stella  ma poi che cazzo centra l’architettura col satanismo?

Massoneria

‘orcoboia ma allora quando soprannominavo mentalmente la vostra pargoletta scalciante  figlia del demonio non c’ero proprio distante

Cara, massoneria non satan

Ma certo, ora capisco! E’ lei che gestisce tutto,  la piccola stronza é il demonio!   Immagino sia troppo tardi per rivedere il contratto di tre anni che ho appena firmato, non vorrei mai trovarmela camminare a carponi sul soffitto del pianerottolo.

Rientrando *sono spiritosi, apprezzeranno sicuro* non ho potuto non spedirgli

Senonché  sta mattina al risveglio un terzo occhio onniveggente apriva le sue palpebre  in mezzo alla mia fronte, abbracciando  col suo sguardo le bianche pareti della stanza.

Lascia un commento

Archiviato in oh noes!, stato vigile

partenze – atto I

Lascia un commento

Archiviato in cieli bianchi, oh noes!

Lunedì 21: catàbasi e rientro in patria

Il purgatorio è una sala d’aspetto di una stazione ferroviaria.

Il caos è fatto di magliette chiare e occhiali da sole, il rumore di fondo quasi assordante. È un suq di valigie che spingono sguardi inetti, annoiati, curiosi e postulanti. Valige che all’improvviso rivelano spigoli pronti a conficcarsi negli stinchi a chi sbaglia cammino. Fa caldo, la luce soffusa proveniente dal soffitto vetrato viene rifratta dall’alluminio dell’incarto di sandwich, chiaro pane arabo o scuro nordico integrale. Gote gonfie di cibo affinano la differenza tra l’essere umano e la specie dei criceti. Cercando di amministrare il mio tempo concedendomi una sigaretta all’aperto, penso che non mi piacciono le voci che questi musicisti dell’est lanciano inanellate ai loro strumenti e ai loro occhi freddi. C’è odore di chinotto. Voci femminili come emissari celesti guidano dagli altoparlanti le masse.

Ripenso ai sogni labirintici di questa notte, un sogno in bianco e nero, notturno, con vittime sacrificali e treni persi a causa di una grande scatola che mi teneva prigioniera, erezioni ingestibili e ebrei dalla barba infinita. Le lenti per i miei occhi miopi si incollano alle pupille come meduse. Uscendo da una casa non mia ho dimenticato il mio orologio, una stringa, credo anche che mi sia caduto di tasca un orecchino. Strano presagio.

Ciao Parigi, dice la vicina di seggiolino mentre nel corridoio gli ultimi passeggeri smettono di intasare lo spazio in attesa di guadagnare il loro viaggio.

Io accarezzo già un piano strategicamente diabolico :  ignorare di dover scendere a Bardonecchia e assecondare un cambio di programma che mi vuole a Genova questa sera stessa. Devo dunque restare sul preziosissimo tgv fino a Torino. Nascondermi nelle toilette per quella tratta? scomodo. Simulare un accento straniero e disorientato ? controproducende.

Il segreto della riuscita di un piano è la sua semplicità. Fingerò di essere morta. Di sonno. E mi sveglierò troppo tardi per poter scendere ad una stazione inutile ma in tempo per conquistare Torino. Ora mi serve giusto un complice, un ignaro che mi regga inconsapevolmente il gioco. Ho fortuna, a Bardonecchia sale un vecchio. Tossisce e si siede a fianco a me. Mi fingo morta. Passato Oulx e messa irreprensibilmente in atto la manfrina, con tanto di controllore intenerito della mia sprovvedutezza, rispondo cortesemente alla conversazione che il mio vicino di sedile insiste nel propormi.

Il vecchio, un incrocio tra l’uomo tartaruga e Giulio Andreotti, rivela all’improvviso la sua anima nera : è il trionfo dell’ottusità, del garantismo berluconiano, dell’attacco spurio contro i giudici. Ogni frase trasuda mediocrità, ignoranza, superficialità. Inizio a odiarlo.

Forte dell’annuncio di prossima fermata Torino Porta Susa, gioisco nell’animo sferrando al vecchio l’affondo che avrebbe trapassato i suoi occhi improsciuttati di crudo di Parma : la cosa che mi rincuora è sapere che lei fa parte di una generazione destinata a scomparire presto. Quella per cui la mia generazione è costretta a partire, a lasciare il proprio paese, ma per poi tornare con le palle grosse come alabarde spaziali e fare piazza pulita. Il vecchio incassa, io scendo dal treno vibrante : sono un paladino della giustizia, difensore della coerenza! E chissenefrega se ho infierito su un povero vecchio ignorante che comunque non si smuoverà mai dalle sue convinzioni, evviva il mio senso morale  !

E infatti.

A quel punto, come Ulisse accecato di superbia alla sconfitta dei Troiani, ecco precipitare su di me la terribile consapevolezza della mia ùbris . Gli dei non tardano a manifestare la loro punizione.

Il mac è rimasto in treno. Il treno partito. Quel treno di cui ora vedo solo ridicole lucine che si allontanano.

Non riesco neanche a bestemmiare. Solo un suono sordo e vuoto.Seguono telefonate, inseguimenti, biglietti persi, crisi isteriche trattenute solo dalla forza dello sbigottimento.

Tutto è bene ciò che finisce bene : altrimenti non sarei qui a scrivere questo resoconto.

La capotrena è stata avvertita per tempo, prima che il vecchio sabotasse il sistema operativo per lanciare all’avvio del mio computer  l’inno di forza italia. Maledetto bastardo.

2 commenti

Archiviato in oh noes!

passatempi e prelibatezze

Le ore di sonno alle spalle sono esigue, questo a premessa e a discolpa.

La redazione della TesiNumberTwo si alterna a svariati passatempi, ad esempio pensare di essere Mac Gyver e inventarsi nuovi modi per accendersi una sigaretta in mancanza di accendini funzionanti, fiammieri e fornelli che non siano elettrici, o mettersi a fotografare il cielo alla Friedrich e scoprire che la finestra del dirimpettaio offre una simpatica vista su un vicino seduto sul cesso. Come passare dal romanticismo ad una cagata in 0,23 secondi.

Comunque, in postazione base _ossia fossilizzata alla scrivania_ il mio arco visivo è ridotto grossomodo a 20°, di cui ogni singolo gradicello votato a concentrarsi sul monitor. Le cose attorno sono sfocate e si distinguono giusto per macchie di colore. Ragion percui il posacenere è arancione e di facile identificazione _dettaglio: il posacenere è in realtà una tazzina contenente la fondazza del caffé precedente_ Tragico errore: appoggiare dall’altra parte del computer una tazzina di identiche fattezze con la nuova dose di caffé.

Una bella sorsata di salute.

Lascia un commento

Archiviato in oh noes!

Lapsus mortali

Nelle mail scritte ieri, insieme alle buone nuove ho raccontato ad amici sparsi lontano l’esistenza di questa pagina.

Prima mentre camminavo verso casa, ho rivisualizzato di colpo l’invito di chiusura con cui ne ho concluse alcune.

Tra i vari saluti e baci,

Le porte del mio bucodicasa sono sempre aperte ad accoglierti quando vorrai.

Ecco, mi rendo conto adesso di come questa frase potrebbe contenere in se stessa un triplo senso micidiale. Magari non ci si sente da un po’ e fa strano.

Amici! tutto regolare, è giusto che casa mia fa 17mq

Lascia un commento

Archiviato in oh noes!

reminiscenza #2 -vola, e non ti preoccupare

Ieri pioveva. Molto forte. A tratti addirittura grandinava e faceva un freddo fottuto.
BLUBLUUOU-BLULULULUU-BLHULUU      **salto spazio-temporale**

“Oh, carino questo vasetto di ciclamini! Guarda che bel tono carminio! Potrei prenderlo e dimostrarmi finalmente che non é vero che faccio marcire putridamente tutte le piantine che sfioro solo con lo sguardo! E poi magari gli do’ un nome e ci parlero’ nei giorni tristi, eh?”

BLUBLUUOU-BLULULULUU-BLHULUU      **salto spazio-temporale**
E’ buio, entro a casa fradicia. Getto un distratto sguardo d’insieme sulla condizione di casa mia. Pila di roba sporca, ordine sommario, tutto rientra nella norm… mmm aspetta pero’. Mi sembra tutto insolitamente monocromatico. E il vaso, cazzo? Quello che avevo amorevolmente appoggiato sul davanzale?

Brivido lungo la schiena e visualizzazione istantanea di tutte le più tremende rappresentazioni di compassione umana che il mio vasetto ha potuto uccidere cadendo. Poi penso che in fondo è poco probabile dal momento che la mia finestra affaccia sul tetto delle cucine di un ristorante cinese. Brivido lungo la schiena e visualizzazione istantanea di un tetto che se non ricordo male è in vetro. O no?

Nel dubbio, ad ogni passo che sento per le scale mi provoco un autosoffocamento da cuore in gola.
E’ buio. Fuori si vede solo il nulla.

Stamane finalmente spalanco le ante alla luce del sole: il tetto ha resistito all’impatto. Provo pena per quel vaso suicida che ha volato 4 piani per poi sfracellarsi con la grazia di una balena volante, ora se guardi sotto sembra il cenotafio di un raudo esploso in un aiuola. Terra, cocci bagnati e petali rotti ovunque. un po’ poetico, un po’ grottesco.

Lascia un commento

Archiviato in oh noes!