Tribunale – siamo i giurati di un processo misterioso che sembra non iniziare mai -siamo noi stessi gli imputati: dietro di me i miei compagni di classe del liceo parlano e ridono, colgo solo la fine dei loro discorsi e mi sento a disagio, sento che devo affrancarmi, mi giro e insisto a sfondare i loro punti deboli, voglio vendetta.
Ne interagisce uno solo, mi rendo conto pero’ di scontrare avversari già sconfitti, è come infierire su bestie già ferite, mi spiega che non sa cosa fare della sua vita, e che sta cercando di…smetto di ascoltare, ancora la stessa storia. ormai non mi interessa più.
Mi allontano dopo aver parlato con lui, esco dall’aula e mi incammino verso un sipario di rami verdi che incorniciano una strada in cemento malandato. Penso di non aver bisogno di dimostrare quello che valgo a nessuno ma voltandomi le figure attorno sbiadiscono e mi ritrovo da sola, lungo la riva di un fiume, su una passeggiata dalla visuale aperta su una città senza nome e senza riferimenti, che mostra orgogliosa a poca distanza, ai due lati del fiume, come baluardi, due rovine di antiche case annerite e sventrate da un rogo feroce. Sono completamente persa, era tutto irreale, immaginato così forte da sembrare vero, all’improvviso mi tasto il busto: non c’è borsa, né chiavi, né telefono, niente. Assorta nel sogno di giudizio, mi sono incaminata in stato incosciente lungo strade che ora non riconosco più, lasciando motorino e borsa e tutto abbandonati chissà dove. Inizia a farsi buio, mi giro su me stessa e osservo le possibilità. A sinistra, un parco dalle aiuole a zig zag, grandi triangoli di erba nera che formano linee geometriche che scompaiono nella coltre d’alberi. non sono passata da qui. prende una strada intermedia, la luce arancione diffusa dal lampione compete con un tramonto che rende tutto immobile. la strada scende, sembra che ci sia qualcuno.
Una donna mi incrocia la strada, è brutta, grassa, ha i denti storti e spessi occhiali di plastica, ma noto una pelle morbida e abbronzata, un vastito da comare blu con bottoni bianchi, si offre per accompagnarmi a causa della pericolosità della zona.
“Napoli è una città pericolosa.”
“Non sapevo di essere a Napoli.”
Risaliamo una strada che costeggia il parco, a destra la vegetazione invade il cemento, costellato da tombini. Da uno di questi, come se fosse assolutamente normale, esce una mano. Lunga, bella, si tasta attorno alla ricerca di un coperchio. La donna spiega che quello è un passaggio per fuggire ai nazisti, e cerco di sporgermi e vedere, ma è come guardare in un pozzo, non distinguo figure e forse immagino più di quanto ci sia lì dentro. continuiamo la strada, sembra sapere dove andare, ma come fa a saperlo? non ho dato informazioni precise, sembra tutto così instabile.
Penso a tutti i numeri di telefono persi, non li ricordo, so che sono in ritardo, sono già le nove e cinque di sera, saranno tutti in pensiero. Seguendo la donna, mi chiedo se è mai stata aggredita, mi dico che deve aver esperienza della notte, mi rendo conto che è più giovane di quello che dimostra.
Concentrata sull’organizzazione di quello che si può fare, non mi accorgo che la donna mi ha portata ai piedi della rovina bruciata. Entriamo, e ci sono sagome di persone che di muovono nella penombra, sembra una casa occupata, un centro sociale, corridoi lunghi, intonaco vecchio, antichi cimeli alle pareti -forse un passato glorioso?
La sensazione è leggermente ostile, non capisco che ci facciamo, perchè qui dovrei trovare quello che cerco. Antinazista, questa è una locanda antinazista. mi spiega.
I corridoi sono stretti e aggrovigliati, ci troviamo davanti a due porte, una a fianco all’altra: Donna entra nella più alta, mi dico che se fossi Carrol, ora plasmerei la realtà e trasformerei quel passaggio in qualcosa di insopportabilmente stretto. la seguo per curiosità e giro l’angolo, salgo una scala , davanti a me il soffitto è basso e per avanzare bisogna mettersi a quattro zampe, ci sono librerie ovunque, sfidano la forza di gravità, fanno il giro del soffitto e sporgono finte balaustre a cui non è possibile accedere. entro in una camera, cameretta di famiglia media italiana, non è un albergo, c’è del vissuto dietro, mi sento a disagio, so che ho perso tutte le mie cose materiali e non capisco cosa mi trattenga in quel luogo.
Forse avrei dovuto soltanto andare alla polizia e denunciare la perdita.