Febbraio 27, 2009...4:55 pm

un posto chiamato casa

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En contemplant les chafreins des chevaux et
les visages des hommes, tout ce flot vivant
sans rivage soulevé par me volonté et se ruant
vers nulle part dans la steppe de pourpre au
couchant, je pense souvent : où se trouve mon
Moi, dans ce torrent ?
Gengis Khan

Sono a casa mia, sempre che con « casa » si possa chiamare un posto in cui non si ha speso di fila neanche due settimane.
Tra questo sabato e il primo maggio ho giusto una vaghissima idea di dove andrò a dormire. Alla peggio il soffitto si trasformerà in ponte, le mie coperte in cartone.
Può capitare nella vita dell’esule quel momento in cui tutto esplode. Casa, lavoro, una  vita sentimentale che comunque aveva lanciato già il suo grido d’allarme –quel fischio di freni bloccati di un auto che ormai corre senza controllo né direzione.
Il cielo nuvoloso sembra un vecchio materasso che opprime la terra per accogliere il sonno di un grasso dio dormiente.
Dopo aver cestinato un riso talmente bollito da poterci costruire delle onorevoli modanature barocche per il soffitto di casa, suggello il mio odio con coinquilina iraniana-vissuta-in-svezia. Ibrahimovic _così venne ribattezzata_ rinfacciandomi arrogantemente gentilezze altrui tollera la puzza di coinquilino psicopatico che finisce di cuocere hamburger di un animale non ben definito –forse ghiro- per imprecare invece contro il binomio portante dell’appartamento che ha osato accendere un pacifico calumet del buonumore in salotto.

Focalizziamo l’attenzione sulle cause.

*17.02.2009
È un lunedì sera, casa Plateau.
1)Emmanuel si siede sul divano di fronte. Emette risucchi e sbiascichii morsicando un sandwich, nel frattempo non smette di perdere nervosamente il controllo delle sue sopraciglia in un singulto corrucciato. A guardarlo in faccia, questo ragazzo, viene il mal di mare. I tic sono inanellati in un rituale quasi cantalenante. La sua voce invece è monotona, spenta, implosa.
Parla, senza freni, parla. Sorpassa forse ottusamente, forse consapevolmente la flebile barriera dello schermo dietro al quale mi rifugio in cerca di pace e intimità.
2)(La seguente è una pura scena di teatro) Dalla porta secondaria entra Nika, la vicina. Rientra da una serata e si siede sull’altro divano. È di buon umore, racconta le sue vacanze. Poi inizia a girellare in mano il cellulare. Un messaggio la rende nervosa, legge che una sua amica è stata aggredita in metro tornando a casa, ma non sa di preciso che cosa è successo. E poi sento le parole concitate dell’amica finalemente al telefono, percepisco il tono strascicato che si ha quando si piange. Nikia riattaca, adesso è in piedi,  incatena uno dopo l’altro racconti di sfoghi di violenza degni di un film di Spike Lee.  “Le 93 ça crame” dice Nikia chiudendo dietro di se’ la porta.
3) Siamo tutti in cappotto. I caloriferi sono rotti. Non c’è acqua calda. Da venerdì scorso.
4) Spinta da un guizzo di primordiale lucidità -dettato puramente dallo spirito di sopravvivenza – ho colto l’occasione di una nuova casa. Il trasloco sarà dolce, giusto il tempo di una scala. Sarà ancora meglio di quando in Erasmus traslocai di due strade,  un totale di sei avanti e indietro con librerie Benno e vasi di ciclamini sotto l’ascella.
5) Airone non sa nulla.
6) In tutto ciò Emmanuel non ha mai smesso di parlare.
Effetto: Quella sensazione che si ha durante gli incubi in cui si vorrebbe correre ma si è trattenuti dal vigoroso vettore forza di gravità a effetto centuplicato verso il divano*

Airone sparito, futura casa ancora lontana, sento l’equilibrio precario e questa sospetta euforia dei giorni scorsi potrebbe rivelarsi una bomba ad orologeria. È MOLTO importante rimanere calmi e di buon umore. Calmi e di buon umore.

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