Luglio 1, 2009
Questa casa pullula (o anche: vieni a scoprire il mondo dei cinici zoofili)
Tutto è cominciato con dei minuscoli, innoqui moschini. Ronzicchiavano intorno volteggiando nel cono di luce sopra il tavolo. Di quelli piccoli, che ti si posano sulle braccia come un soffio o un solletichino e tu SCIAF a darti manate e poi ti resta la sensazione che ti si posino in continuazione quando invece sono lì sulla parete che fischiettano.
Li guardi –immobili. Ti rivolti sul computer-ronzano. Li guardi – immobili. Ti volti – ronzano. Li sento, gli stronzi
Che mortorio, che si fa?
Oh raga, basta cazzeggiare, c’è un rave sotto il tasto O
Sìììì
E tutti lì a infilarsi dentro la mia tastiera. Ma fin qui l’ho tollerato.
Poi c’è stato un rumore di inquivocabile raspamento
Ed era una vespa grossa come il pollice di un regbista, probabilemte orgogliosa memore dei sui antenati orsi bruni perché si stava palesemente grattando la schiena contro la lampadina, scivolando di tanto in tanto e facendo stonk contro il metallo del paralume, peraltro distarendomi alquanto dal discorso che stavo intrattenendo e facendomi perdere continuamente il filo. Colpo di mano alla lampada, la vespa va sul muro. Mi cade l’occhio su un oggetto particolarmente sacrificabile e questo è il risultato.
Dal bordo del barattolo un salsicciotto di activia muesli dai toni giallicci si impasta con lo scotch, disagio sopportabilissimo in confronto al peso del primo pensiero istantaneo “meeerda e adesso sono costretta a stare qui a tenere sto barattolo per sempre”.
Poi?
Silenzio. Oserei dire sbigottito.
Ma la bestia ri-inizia ad agitarsi, e sento che a intervalli di 5 o 6 secondi sbatte sulle pareti. A questo punto ecco che mi fotte l’animo da giovane marmotta,
con quel cuore tenero del cazzo, e poverina, soffre, la devo liberare e poi che fa? Aspetterà l’apertura del sarcofago e mi colpirà a morte oppure vedrà in me la sua salvatrice e mi resterà fedele compagna tutta la vita? E perché non costruire una luce faro fuori dalla finestra, di modo che appena esce riconosce il cammino di salvezza verso un mondo di suoi simili? Mi convinco e decido di liberarla. Ma non con la luce-faro, con carta tra muro e barattolo e accertarsi bene che la stronza non aspetti altro che un varco libero per uccidermi. Ho la stessa sensazione di tenere in mano una molotov accesa, così nel dubbio do anche una bella shakerata al barattolo, lo poggio sul davanzale, stappo e mi sigillo in casa. Credo di aver sentito, mentre usciva dal barattolo, rantolare un “brutta puttanaaaaaa” in un singulto strozzato.
Ecco, tutto questo non l’avrei scritto se non fosse che prima, mentre bruciavo i bastoncini findus, sento dalla finestra Giselle che mi urla dal suo patio “Ho un topo chiuso nella tazza del cesso”. Mi affaccio e praticamente il suo gatto Scherzo, pronunciato però francesisticamente Schersù, nel tentativo di dimostrarle tutta la sua devozione e amore incondizionato, le ha porto il più bello dei regali. Un topo. Vivo. “Mi guardava. E io pure lo guardavo” E mi dice “Che faccio?” E io “Nonsaprei, ieri ho chiuso una vespa in un barattolo di yogurt scocciato alla parete, ci sono ancora le tracce, vuoi salire a vedere?” E mi dice che lo salverebbe anche ma già in casa due figli e il gatto le bastano, il topo proprio non lo può tenere. Così ha pensato bene di fargli battere il record di immersione in apnea tenendolo per la coda nell’acquetta del wc senza pero’ sortirne alcun successo e dunque risolvendo tutto nel migliore dei modi: abbassando la tavoletta e postponendo. Nel frattempo Max –figlio seienne- sbuca dal Velux di camera sua come un suggeritore a teatro “Bisogna tagliarlo a fettine”.
Questa è la casa del Male, io lo dissi.
Giugno 14, 2009
peregrinazioni in attesa di un salvataggio infinito. segue spedizione e chiusura.
Ore 5.52 am.
L’ape ricorda a tratti la sua presenza in un ronzio disperato attorno ad una lampadina a basso consumo.
È molto tardi, o forse molto presto. Il cielo trapela chiaro ma ho finito, ora posso riassorbire le macchie sponsor adidas dalla faccia. Sono giorni all’apice di una planata costante e allegra. Uscire di casa e vedere pantere albine agguinzagliate all’uscita di drogherie pakistane, cercare di scroccare la sera del sabato una sigaretta al gruppetto di ragazzini ebrei che la mattina spipettavano in strada nascosti nell’angolo dietro la scuola ebraica e che ora si infagottano le spalle nella loro kippa e ti rispondono “no, noi rispettiamo la Legge” e pensare “appunto ma ti ho chiesto una siga, mica di fumarla al posto mio”. Essere sempre e comunque stranieri.
Sono stanchissima e queste linee le vedo comprese tra due enormi parentesi.
Giugno 13, 2009
dissero:
Oknov: No, lasciatemi! …Lasciatemi! Lasciami… Ecco cosa volevo fare!
Strjuckov e Motyl’kov: Che orrore!
Oknov: ha-ha-ha!
Motyl’kov: Ma dov’è Kozlov?
Strjuckov: Si è infrattato tra i cespugli.
Giugno 2, 2009
atti costruttivi
Sognare di osservare la punta di un proprio capello e scoprire che é costituito di piccole, opache pietre nere denuncia -secondo un’interpretazione coerente con l’uso che faccio delle mie giornate, ossia votato al costruito- desiderio di concretezza. In studio un largo vassoio bianco si proietta dalle mensole d’ingresso credendosi un’acquasantiera, forse é li’ che offre il suo marasma di cartoncini d’invito come acque benedette in attesa di aspergete le dita di qualche devoto, che prontamente si farà il segno della croce “Nel Nome di Wright, Mies e Tadao Ando”.
Sospetto che Ikea sovietizzi le nostre case, meglio dunque un mobile su misura, ancora meglio, concepito e costruito da me medesima. Il disegno più riuscito é sul retro di un etichetta di Leffe. Considerando che il 70% dei lavori in questa casetta é stato finalizzato con successo grazie al fatto di aver delegato qualcun altro per farli, mi spinge a optare per un minimalismo discreto. Che poi é un modo figo per dire che mi accingo a costruire delle cazzo di mensole. E so che é l’inizio della fine. Quando pitturo un mobiletto la casa si trasforma nella rappresentazione in miniatura del bombardamento di Dresda. E mi allontano e osservo lo stato di fatto con lo stesso ghigno e distacco degli aviatori dopo aver sganciato l’ultimo bolo esplosivo.
Maggio 4, 2009
Arrivi: familiarizzare con i proprietari
Poi Gilles allungandomi il roquefort mi dice
Sai, ho capito che eri la persona giusta per abitare qui dopo che mi hai parlato della tua tesi di ricerca, sulla simbologia religiosa in architettura
Che?! no no aspetta hai capito mal
E mi sono detto che un giorno con più confidenza avremmo avuto la conversazione di due o tre ore che avremo adesso perché -estrae rettangolo metallico scodinzolante da una cordicella attorno al collo- anche il tuo mestiere non é casuale
Uhm? Sembra una stella ma poi che cazzo centra l’architettura col satanismo?
Massoneria
‘orcoboia ma allora quando soprannominavo mentalmente la vostra pargoletta scalciante figlia del demonio non c’ero proprio distante
Camilla, massoneria non satan
Ma certo, ora capisco! E’ lei che gestisce tutto, la piccola stronza é il demonio! Immagino sia troppo tardi per rivedere il contratto di tre anni che ho appena firmato, non vorrei mai trovarmela camminare a carponi sul soffitto del pianerottolo.
…
Rientrando *sono spiritosi, apprezzeranno sicuro* non ho potuto non spedirgli
Senonché sta mattina al risveglio un terzo occhio onniveggente apriva le sue palpebre in mezzo alla mia fronte, abbracciando col suo sguardo le bianche pareti della stanza.
Marzo 7, 2009
partenze – atto II
La seconda tappa prevede una parte in “Avventurati una notte nella casa degli spiriti”.
Casa vuota, un rumore sordo e cigolii lontani. Poi silenzio e solo il risonare di tacchi sul selciato. Ogni cosa riporta ad uno scenario di horror codificato.
L’odore dolce e presente che respirano queste pareti induce a fantasticare su una presenza, femminile e romantica.
In pratica mi sto talmente autosuggestionando che vedo il mio fiato condensarsi e ombre che giocano nei riflessi irregolari dello specchio dalla cornice, bianca come tutto il resto, posata sul camino.
Marzo 4, 2009
sogni di sogni di sogni (*post pesantissimo*)
Tribunale – siamo i giurati di un processo misterioso che sembra non iniziare mai -siamo noi stessi gli imputati: dietro di me i miei compagni di classe del liceo parlano e ridono, colgo solo la fine dei loro discorsi e mi sento a disagio, sento che devo affrancarmi, mi giro e insisto a sfondare i loro punti deboli, voglio vendetta.
Ne interagisce uno solo, mi rendo conto pero’ di scontrare avversari già sconfitti, è come infierire su bestie già ferite, mi spiega che non sa cosa fare della sua vita, e che sta cercando di…smetto di ascoltare, ancora la stessa storia. ormai non mi interessa più.
Mi allontano dopo aver parlato con lui, esco dall’aula e mi incammino verso un sipario di rami verdi che incorniciano una strada in cemento malandato. Penso di non aver bisogno di dimostrare quello che valgo a nessuno ma voltandomi le figure attorno sbiadiscono e mi ritrovo da sola, lungo la riva di un fiume, su una passeggiata dalla visuale aperta su una città senza nome e senza riferimenti, che mostra orgogliosa a poca distanza, ai due lati del fiume, come baluardi, due rovine di antiche case annerite e sventrate da un rogo feroce. Sono completamente persa, era tutto irreale, immaginato così forte da sembrare vero, all’improvviso mi tasto il busto: non c’è borsa, né chiavi, né telefono, niente. Assorta nel sogno di giudizio, mi sono incaminata in stato incosciente lungo strade che ora non riconosco più, lasciando motorino e borsa e tutto abbandonati chissà dove. Inizia a farsi buio, mi giro su me stessa e osservo le possibilità. A sinistra, un parco dalle aiuole a zig zag, grandi triangoli di erba nera che formano linee geometriche che scompaiono nella coltre d’alberi. non sono passata da qui. prende una strada intermedia, la luce arancione diffusa dal lampione compete con un tramonto che rende tutto immobile. la strada scende, sembra che ci sia qualcuno.
Una donna mi incrocia la strada, è brutta, grassa, ha i denti storti e spessi occhiali di plastica, ma noto una pelle morbida e abbronzata, un vastito da comare blu con bottoni bianchi, si offre per accompagnarmi a causa della pericolosità della zona.
“Napoli è una città pericolosa.”
“Non sapevo di essere a Napoli.”
Risaliamo una strada che costeggia il parco, a destra la vegetazione invade il cemento, costellato da tombini. Da uno di questi, come se fosse assolutamente normale, esce una mano. Lunga, bella, si tasta attorno alla ricerca di un coperchio. La donna spiega che quello è un passaggio per fuggire ai nazisti, e cerco di sporgermi e vedere, ma è come guardare in un pozzo, non distinguo figure e forse immagino più di quanto ci sia lì dentro. continuiamo la strada, sembra sapere dove andare, ma come fa a saperlo? non ho dato informazioni precise, sembra tutto così instabile.
Penso a tutti i numeri di telefono persi, non li ricordo, so che sono in ritardo, sono già le nove e cinque di sera, saranno tutti in pensiero. Seguendo la donna, mi chiedo se è mai stata aggredita, mi dico che deve aver esperienza della notte, mi rendo conto che è più giovane di quello che dimostra.
Concentrata sull’organizzazione di quello che si può fare, non mi accorgo che la donna mi ha portata ai piedi della rovina bruciata. Entriamo, e ci sono sagome di persone che di muovono nella penombra, sembra una casa occupata, un centro sociale, corridoi lunghi, intonaco vecchio, antichi cimeli alle pareti -forse un passato glorioso?
La sensazione è leggermente ostile, non capisco che ci facciamo, perchè qui dovrei trovare quello che cerco. Antinazista, questa è una locanda antinazista. mi spiega.
I corridoi sono stretti e aggrovigliati, ci troviamo davanti a due porte, una a fianco all’altra: Donna entra nella più alta, mi dico che se fossi Carrol, ora plasmerei la realtà e trasformerei quel passaggio in qualcosa di insopportabilmente stretto. la seguo per curiosità e giro l’angolo, salgo una scala , davanti a me il soffitto è basso e per avanzare bisogna mettersi a quattro zampe, ci sono librerie ovunque, sfidano la forza di gravità, fanno il giro del soffitto e sporgono finte balaustre a cui non è possibile accedere. entro in una camera, cameretta di famiglia media italiana, non è un albergo, c’è del vissuto dietro, mi sento a disagio, so che ho perso tutte le mie cose materiali e non capisco cosa mi trattenga in quel luogo.
Forse avrei dovuto soltanto andare alla polizia e denunciare la perdita.